In aula

Alle superiori, ai compiti in classe, facevo il doppio tema: uno per me, uno — su una traccia completamente diversa — per il mio compagno di banco, un genio in tutte le materie scientifiche che con l’italiano proprio non ci sapeva fare. Lui mi copriva nei compiti di matematica, fisica, e chimica, io scrivevo per lui. Un baratto perfetto, durato fino all’esame di maturità.

(Sono passati più di trent’anni: eventuali reati sono ampiamente prescritti).

Non l’ho mai smessa, quella storia con la scrittura e con il raccontare le cose in modo che arrivino a chi ascolta. L’ho solo spostata, col tempo, dentro le aule di formazione sul tema sicurezza sul lavoro, nelle quali ho tenuto diverse centinaia di corsi in questi anni — alternando sempre teoria e pratica, perché la sicurezza si impara quando si è coinvolti, non leggendo una slide.

Il cartello che ha dato un nome a qualcosa che vivevo già

Io sono una persona con disabilità invisibile.

Non da poco tempo — da molto prima di occuparmene professionalmente. E mi è capitato più volte di sentirmi dire cose come “ma non sembri malato” o “pensa a chi sta peggio”.

Non serve essere particolarmente sensibili per sentirsi, in quei momenti, un po’ più soli e un po’ più in colpa per qualcosa che non hai scelto.

Voglio essere preciso su una cosa: non è che le persone siano state scortesi con me, tranne in alcuni casi clamorosi.
La stragrande maggioranza delle persone è sempre stata gentile con me (ed io con loro).

Il punto è che occorre “rendere visibile l’invisibile“.

Qualche anno fa ero all’aeroporto di Stansted, a Londra. Sulla porta del bagno per persone con disabilità c’era un cartello che non avevo mai visto da nessun’altra parte: “non tutte le disabilità sono visibili.”

Sei parole. Non parlavano di me in astratto: parlavano esattamente della mia vita. In quel momento ho capito una cosa: con pochissimo — a volte un semplice cartello — si può cambiare davvero il modo in cui una persona si sente in un luogo e migliorare in piccole, ma importanti cose, la vita di tutti i giorni alle persone con disabilità invisibile.

Da lì la mia vita ha preso due strade parallele. Nella vita di tutti i giorni, sono diventato Ambassador per l’Italia di Hidden Disabilities Sunflower — il simbolo del girasole che rende visibile, con discrezione, chi vive una condizione legata ad una disabilità invisibile — e ho iniziato a seguire corsi di specializzazione in Disability Management. Nel lavoro, ho iniziato a occuparmi di sicurezza inclusiva fin dalla progettazione degli spazi, degli accomodamenti ragionevoli, delle valutazioni dei rischi e dei piani di emergenza — e a portare tutto questo in aula, a datori di lavoro, RSPP, HR, dirigenti, preposti e lavoratori.

Perché nessuno la vede

C’è un piccolo esperimento che faccio fare in aula, ogni tanto: provate a cercare “immagine disabilità” su un motore di ricerca qualsiasi. Troverete solo immagini di persone in sedia a rotelle o con stampelle o con bastoni per non vedenti.
Non è colpa di nessuno: è così che funziona il cervello umano, che uno psicologo premio Nobel per l’economia, Daniel Kahneman, ha riassunto in una frase che ripeteva spesso: “quello che si vede è l’unica cosa che c’è.”

Gli alleati che porto in aula

Contro questi meccanismi non esiste una contromisura tecnica. Esistono, a mio parere, alcuni alleati: l’empatia, che è la capacità di capire l’altro senza giudicarlo; la gentilezza, che genera sempre altra gentilezza; il sorriso, che grazie ai neuroni specchio si trasmette da una persona all’altra quasi senza che ce ne accorgiamo; e i “nudge”, le piccole spinte gentili che, ben progettate, cambiano un ambiente senza bisogno di imporre nulla — un cartello su una porta, per esempio.

Oggi metto tutto questo nei miei corsi in aula.
Oltre a tutti i temi della formazione generale e specifica per lavoratori, preposti, dirigenti, datori di lavoro ed RSPP, m piace occuparmi soprattutto di:

  • safety leadership modulata per ogni livello
  • percezione dei rischi
  • comportamenti umani nelle situazioni di emergenza
  • piccole storie di sicurezza (da Marcinelle al Titanic, dalla tragedia del traforo del Gottardo a quello della motonave Elisabetta Montanari)
  • Work Shop progettati e realizzati con il LEGO® SERIOUSPLAY® method and materials