Sono un Disability Manager: affianco aziende e lavoratori per trasformare il diritto all’inclusione in soluzioni concrete, sostenibili e condivise.
Questa del Disability manager è una figura relativamente giovane e proprio per questo ancora poco compresa.
Mi occupo di favorire l’inserimento, il mantenimento e la valorizzazione professionale delle persone con disabilità, visibili e invisibili.
Analizzo ambienti, mansioni, strumenti, procedure e relazioni per individuare le barriere che possono limitare partecipazione, autonomia e sicurezza.
Collaboro con direzione, risorse umane, RSPP, HSE Manager, medici competenti e lavoratori.
Propongo accomodamenti ragionevoli, adattamenti organizzativi e soluzioni tecnologiche, nel rispetto delle esigenze della persona e dell’organizzazione.
Il mio obiettivo non è “adattare” il lavoratore, ma contribuire a rendere il contesto di lavoro più accessibile, equo e inclusivo.
Metto competenze, ascolto e passione al servizio di una convinzione precisa:
l’inclusione non è un adempimento, ma un modo più intelligente, sicuro e umano di progettare il lavoro.
Perché ho scelto questa specializzazione
L’ho raccontato nella pagina “In aula”: la mia vita è cambiata davanti a un cartello su una porta di un bagno, in un aeroporto. Da lì ho iniziato a studiare seriamente un tema che fino ad allora avevo solo vissuto, conseguendo la qualifica di Disability Manager e, più di recente, quella di Disability Job Supporter Aziendale.
Quello che porto di diverso in questo ruolo è il punto da cui arrivo: trent’anni passati dall’altra parte del tavolo, quella della sicurezza sul lavoro. Sono due mestieri che, troppo spesso, non si parlano abbastanza. Un Disability Manager che non conosce a fondo il funzionamento di un DVR o di un piano di emergenza rischia di fermarsi agli accomodamenti “di superficie”. Un RSPP che non ha mai approfondito il tema della disabilità rischia, semplicemente, di non vedere una parte enorme delle persone che dovrebbe proteggere. Io provo a stare in mezzo, con competenza vera su entrambi i lati.
Perché ogni azienda dovrebbe avere un disability manager come riferimento?
Per una normale impresa privata, il Disability Manager non è una figura obbligatoria in senso assoluto. Il D.Lgs. 151/2015 e le Linee guida sul collocamento mirato ne promuovono l’istituzione quale responsabile dell’inserimento lavorativo, con compiti di progettazione personalizzata e soluzione dei problemi connessi alle condizioni di lavoro. L’obbligo effettivo per il datore resta invece quello di garantire parità di trattamento e adottare accomodamenti ragionevoli quando necessari.
Un Disability Manager può portare un vantaggio concreto all’azienda, perché trasforma l’inclusione delle persone con disabilità da mero adempimento formale a processo organizzato di gestione delle competenze, degli adattamenti e della permanenza al lavoro.
- Collocamento mirato più efficace: supporta l’analisi delle mansioni, l’abbinamento persona-ruolo, i progetti personalizzati e il dialogo con i servizi competenti. Questo rende più solida e utile l’applicazione della Legge 68/1999, che richiede strumenti tecnici e di supporto per individuare una collocazione coerente con capacità, ambiente e relazioni di lavoro.
- Riduzione del rischio legale e discriminatorio: coordina la valutazione e la documentazione degli accomodamenti ragionevoli, cioè modifiche organizzative, tecniche o ambientali necessarie a rendere possibile il lavoro, purché non comportino un onere sproporzionato. L’obbligo riguarda datori pubblici e privati e non coincide con il solo rispetto delle quote di riserva.
- Migliore gestione di inidoneità, malattie e rientri: può attivare percorsi di return to work, ricollocazione interna, adattamento della postazione, revisione di compiti, orari, strumenti digitali e, quando appropriato, lavoro agile. In questo modo evita che una disabilità sopravvenuta si traduca automaticamente in improduttività, assenza prolungata o conflitto.
- Riduzione di costi indiretti: una gestione precoce e strutturata può contenere assenteismo, turnover, perdita di competenze, conflittualità e contenzioso. La letteratura italiana sul disability management collega questa funzione a un migliore adattamento tra lavoratore e mansione, migliore clima aziendale e minori costi legati a malattia e contenzioso.
- Supporto alla prevenzione e alla sicurezza: lavora con HR, RSPP, medico competente, preposti e RLS per individuare barriere fisiche, procedurali, comunicative e organizzative. È particolarmente utile per integrare gli aspetti di inclusione nel DVR, nella formazione, nelle procedure di emergenza e nella gestione dei rischi psicosociali.
- Produttività e valorizzazione delle competenze: l’obiettivo non è “proteggere” il lavoratore, ma creare le condizioni perché possa svolgere una prestazione realmente utile e compatibile con le proprie capacità. Ciò migliora l’uso delle competenze disponibili e limita assegnazioni meramente formali o poco sostenibili.
- Clima organizzativo e retention: il Disability Manager facilita la comunicazione tra persona, responsabili e colleghi, previene stigmi e incomprensioni e favorisce una cultura inclusiva. Gli effetti possono estendersi anche a lavoratori anziani, con patologie croniche o temporanee limitazioni funzionali.
- Reputazione e competitività: politiche di inclusione credibili rafforzano employer branding, attrazione dei talenti, relazioni con clienti e stakeholder e, in alcuni contesti, la partecipazione a bandi, gare o iniziative ESG.
Il Disability Manager, in Italia, non nasce da un’unica legge organica. È una figura cresciuta per tappe — prima nella Pubblica Amministrazione, poi sempre più spesso anche nel privato — a partire da riforme come il Jobs Act nel 2015, che per la prima volta ha introdotto un responsabile dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, fino alle riforme più recenti legate al PNRR, che hanno spostato l’attenzione dal semplice adempimento normativo alla persona: valutazione individuale, accomodamento ragionevole, percorso su misura.
È un ruolo relativamente giovane, e proprio per questo ancora poco compreso. Fa da ponte — tra il lavoratore con disabilità, l’HR, il medico competente, i servizi del territorio — e si occupa di cose molto concrete: valutare posizioni ed esigenze reali, non solo curare l’inserimento ma costruire un vero percorso di crescita professionale, individuare insieme alla persona le modifiche organizzative o tecniche che le permettono di lavorare bene, senza inventare soluzioni a tavolino.
Perché ho scelto questa specializzazione
L’ho raccontato nella pagina “In aula”: la mia vita è cambiata davanti a un cartello su una porta di un bagno, in un aeroporto. Da lì ho iniziato a studiare seriamente un tema che fino ad allora avevo solo vissuto, conseguendo la qualifica di Disability Manager e, più di recente, quella di Disability Job Supporter Aziendale.
Quello che porto di diverso in questo ruolo è il punto da cui arrivo: trent’anni passati dall’altra parte del tavolo, quella della sicurezza sul lavoro. Sono due mestieri che, troppo spesso, non si parlano abbastanza. Un Disability Manager che non conosce a fondo il funzionamento di un DVR o di un piano di emergenza rischia di fermarsi agli accomodamenti “di superficie”. Un RSPP che non ha mai approfondito il tema della disabilità rischia, semplicemente, di non vedere una parte enorme delle persone che dovrebbe proteggere. Io provo a stare in mezzo, con competenza vera su entrambi i lati.
Gli strumenti che uso
Non lavoro a intuito: uso riferimenti concreti, come la prassi UNI/PdR 159:2024 sul lavoro inclusivo delle persone con disabilità e lo standard internazionale ISO 30415 sulla diversità e l’inclusione, per portare in azienda un metodo strutturato, non solo buone intenzioni. E, quando serve, quel simbolo semplice — il girasole — che ho imparato a conoscere prima come persona, e solo dopo come professionista.
Un’organizzazione che investe davvero su questo non lo fa solo per adempiere: nella mia esperienza, ne guadagna anche in clima interno, in minore assenteismo, in persone che restano più a lungo perché si sentono comprese. Ma questa, alla fine, è una conseguenza. Il motivo per cui lo faccio resta un altro: rendere visibile l’invisibile, un ambiente di lavoro alla volta.
