Nel 1982 in Italia esce nelle sale cinematografiche il film “Amici miei atto II”.
Uno dei pochi casi nei quali si può tranquillamente affermare che il sequel non è stato inferiore al primo film.
Del resto non l’ha girato uno qualsiasi ma un tale Mario Monicelli.
Chi ha più di 50 anni come chi scrive deve ammettere senza problemi che quel genere di film non è apprezzabile dalle nuove generazioni.
In epoca di post, reel e amenità del genere, la lentezza di questo film non è digeribile da chi va ad una velocità tripla.
Chi, invece, vuole prendersi ancora tempo riuscirebbe ad apprezzare questa comicità complessa, fatta di espressioni facciali e di battutine ficcanti, alcune delle quali necessitano di essere “elaborate e digerite” per essere colte nella loro brillantezza.
La stessa trama è la commedia.
E poi ci sono loro: gli “amici miei” un gruppo di amici di mezza età che, fra scherzi e zingarate, prende la vita con leggerezza e cinismo.
In una famosa scena, lo scherzo (cattivissimo, mamma mia!) è questo:
Ci si piazza in un cimitero nei pressi della tomba di una giovane donna da poco deceduta. Quando il marito va a piangere al cospetto della defunta moglie, arriva uno di loro (estratto a sorte) e si mette vicino al marito a pregare con commozione.
Quella volta toccò al Professor Sassaroli, un fuoriclasse.
Il marito Paolo (apprendiamo il suo nome dalla lapide), che non l’ha mai visto prima, con curiosità, chiede il perché conoscesse la moglie.
Il resto è leggenda: “lei ci ha amato tutti e due, a me più fisicamente a te più spiritualmente, Paolo”
Il marito incredulo prima e furibondo poi non si dà pace: “Ma quando è successo? E’ stato quando stavo facendo quel corso di elettronica in Germania?”
“Non bisogna mai andare in Germania, Paolo”.
Capolavoro, se volete rinfrescare la memoria, o colmare questa lacuna, QUI trovate il video.
Naturalmente in Germania ci si può andare senza problemi.
Questa memorabile battuta mi è venuta in mente pochi giorni fa mentre ero, appunto, in Germania al parco divertimenti Europa Park.
Per chi non lo conoscesse, parliamo di un parco fra i più grandi d’Europa (oltre 770.000 mq) e, per numero di presenze, secondo solo a Disneyland Paris.
Europa Park è a Rust nel sud della Germania a pochi chilometri dai confini svizzero e francese ed è stato inaugurato nel 1975; lo scorso anno lo hanno visitato 7 milioni di persone.
Questi dati vanno conosciuti per capire che non parliamo di un parco giochi di paese ma di una macchina da soldi impressionante e stiamo per parlare di un argomento che riguarda tantissimi visitatori.
Il parco è diviso in varie aree ognuna delle quali è realizzata a tema su un paese europeo. Tanto per dire, la zona italiana è piena di riferimenti a Roma, Venezia e Leonardo da Vinci e contiene tutti i cliché che nel mondo ci hanno da tempo affibbiato e dai quali non riusciamo ad affrancarci, con tanto di “mamma Maria” dei Ricchi e Poveri a salutarci.
Non so se lo sapete, si stima che una persona su cinque abbia una qualche forma di disabilità, l’80% delle quali è invisibile. Per questo motivo, ragionando prudentemente, non andiamo molto lontani dalla verità se affermiamo che nel 2025, un milione di persone con disabilità, di ogni genere e di tutte le età, abbia trascorso almeno un giorno in questo parco divertimenti.
Da qualche tempo ho dovuto, mio malgrado, sempre più approfondire le dinamiche che regolamentano le “agevolazioni” per le persone con disabilità.
Non fanno eccezione i parchi divertimento.
Ne ho visitati tanti perché ho la grande fortuna di poter viaggiare e di contare su una famiglia che, come me, ha sempre la valigia pronta.
Ho anche una figlia che sogna di lavorare come progettista delle attrazioni dei parchi Disney (questa professione si chiama imagineering, lo sapevate?) e quindi, quando visitiamo un parco divertimenti, lo possiamo includere anche nella voce “formazione”, non male come scusa, vero?
In questi ambiti le “agevolazioni”, solitamente, consistono negli ingressi con tessera “saltafila” alle attrazioni.
A Europa Park, una volta entrati, per ottenere la tesserina “saltafila”, occorre fisicamente recarsi nella zona francese dove, senza alcuna specifica segnalazione relativa al motivo per il quale stai cercando informazioni e supporto, devi trovare un unico bancone dietro al quale due impiegate ti chiedono di esibire la tua disability card europea (o un documento equipollente) e ti danno un cartoncino con 6 stelline da obliterare alle attrazioni.

Sì, obliterare! esatto, con una punzonatrice. Proprio come si faceva prima dell’arrivo, non dico dei “recenti” QR code ma anche prima dei codici a barre.
La tessera riporta un timbro con la data di emissione. Sì, un timbro!.
Poi, ti spiegano:
1) ogni giorno in cui entri al parco devi tornare qui e prendere una nuova tessera.
Mi viene in mente una domanda: Ma perché domani devo rifare la fila? Pensi che io guarisca in una notte?
2) puoi fare solo sei attrazioni con il “saltafila”.
Altra domanda: Quante sono le attrazioni? Cento?
Ah.
“Si però dopo aver bucato queste sei stelline, puoi farne quante vuoi di “saltafila” esibendo la disability card!”
Vi prego, qualcuno mi aiuti a trovare un senso a questa cosa.
Avete mai sentito questa frase: Accessibilità non vuol dire inclusione?
Ora la conoscete. Vado a spiegarvela nel dettaglio e perché Europa Park, sebbene sia accessibile anche a chi ha problemi di deambulazione, non mi pare affatto un parco inclusivo.
Innanzitutto la scarsità di informazioni e segnaletica; alcune disabilità riguardano esattamente la capacità cognitiva di riconoscere il linguaggio parlato, scritto, visuale ecc.
Nessuna freccia indicativa, nessun cartello con il malinconico e non esaustivo pittogramma dell’omino in carrozzina, nessun addetto che sia lì appositamente per aiutare i visitatori con disabilità e le loro famiglie. Niente di niente: la prima volta vai un po’ a caso e un po’ chiedendo a qualcuno (ricordiamo che, oltre alla barriera linguistica, come già accennato alcune disabilità comportano proprio la difficoltà o l’impossibilità di parlare, sentire, gesticolare o di elaborare informazioni).
Ammesso e non concesso che si riesca a trovare questo chiosco informazioni, se arrivi presto (come è successo a me il primo giorno) trovi quattro persone davanti e te la cavi in dieci minuti.
Ma se, come mi è successo il secondo giorno, decidi di dormire un po’ di più ricordandoti che sei pur sempre in vacanza, trovi davanti a te 40/50 persone.
A circa due minuti di attesa per ogni persona in coda, è semplice fare il conto di quanto tempo si può rimanere in piedi, sotto il sole (o la pioggia), per prendere una tesserina di carta che ti consentirà poi di risparmiare, mediamente, 25 minuti ad attrazione.
25 per 6 fa 130 minuti di tempo risparmiato; per prendere la tessera ce ne sono voluti 90.
E’ qualcosa di francamente vergognoso, vedere persone che fanno fatica a stare in piedi o che sono costrette su una sedia a rotelle o che si spostano con deambulatori stare lì quasi come ad elemosinare un po’ di gentilezza.

Ho molto empatizzato con bambini che smaniavano dalla voglia di andare sui giochi mentre i fratellini e le sorelline con disabilità erano lì pazientemente in coda con i genitori.
E’ inclusività questa?
Adiamo avanti con il ragionamento.
Le attrazioni in questi parchi sono illimitate (e ci mancherebbe altro, dati i costi dei biglietti).
Allora non si capisce per quale motivo io possa fare solo sei attrazioni con il saltafila.
Ovviamente chi non ha una disabilità in famiglia non può capire fino in fondo, ma, credetemi sulla parola, alcune persone, davvero, non riescono proprio a stare in fila in piedi (ma neanche in carrozzina), sotto al sole, in mezzo alla folla, al rumore ecc.
Quindi, dopo che ho fatto le mie belle 6 giocate che faccio?
Posso rilassarmi con delle costose passeggiate nel parco dato che ho pagato 143,5 € a testa (il mio scontato a 103 € in quanto persona con disabilità) per l’ ingresso nei due giorni, posso andare alle attrazioni senza fila (delle quali, vi lascio immaginare la “bellezza”, proprio) oppure, stare seduto su una panchina ad aspettare che gli altri componenti della mia famiglia abbiano finito il giro sull’attrazione.
In alternativa, divido la famiglia in blocchi e, a due a due, continuiamo a giocare grazie alla disability card.
La curiosa precisione teutonica non permette neanche di poter usare eventuali “stelline saltafila” non sfruttate nei giorni precedenti.
Il paradosso è completato dal confronto con tutto quello che, banalmente, è nel nostro smartphone.
Abbiamo app per ogni cosa e per saltare 6 file in un parco giochi devo andare a fare decine di minuti di fila in piedi, di persona (in quanto la disability card è personale, non posso mandarci un familiare) a prendere un pezzetto di carta esibendo un pezzetto di plastica.
Tutte cose che in un minuto potrei fare comodamente seduto da casa.
Nel 2006 è stata sancita una fondamentale Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità che è stata ratificata anche dalla Germania nel febbraio del 2009 (in Italia a marzo dello stesso anno).
Nella convenzione citata, viene indicato il diritto delle persone con disabilità a non essere mai discriminate.
Questo basilare diritto dell’uomo è anche nelle carte costituzionali italiana e tedesca con una significativa differenza:
Nella nostra Costituzione, non ci sono espliciti riferimenti al diritto di non essere discriminati in base alla propria condizione di disabilità (L’articolo 3 dice: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali).
In Germania lo troviamo, invece, scritto esplicitamente:
Articolo 3, paragrafo 3, frase 2:
“Nessuno può essere discriminato a causa della sua disabilità”.
Questa frase è stata introdotta nella Costituzione tedesca con apposita riforma nel 1994, ben prima della convenzione ONU.
Ora, sia chiaro, è evidente che ci sono diritti che riteniamo generalmente più importanti, su tutti il diritto alla salute, all’assistenza, all’istruzione o alla mobilità, per citarne alcuni.
Non dimentichiamoci però che ogni persona ha la sua scala valoriale e questa sopra riportata lo è sicuramente per noi adulti.
Chiedete un po’ ad un bambino con disabilità: preferisci che ti sia garantito il tuo diritto allo studio o quello al divertimento?
La convenzione ONU non si pone il problema e non fa alcuna distinzione.
All’articolo 30, infatti, si parla proprio di Partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi ed allo sport.
In quanto persona con disabilità invisibile e come Sunflower Ambassador per l’Italia, indosso sempre il cordino girasole per segnalare agli altri che potrei avere bisogno di un maggiore supporto, di un po’ di aiuto o di un po’ più di tempo.
L’ho indossato anche nei giorni in cui sono stato ad Europa Park.
Nessuno, e sottolineo nessuno, l’ha riconosciuto o ci ha prestato attenzione, tantomeno le persone che mi hanno dato la “tessera saltafila”.
Il confronto con Disneyland Paris è francamente impietoso e da qui, da questo paragone con una realtà che conosco bene e che davvero ti fa sentire accolto, ho iniziato, sorridendo, a scuotere la testa mentre ero in coda nel momento in cui mi è tornata in mente la scena di “Amici miei”.
Ho scritto una lunga e dettagliata e-mail all’attenzione di chi si occupa dell’accoglienza delle persone con disabilità in Europa Park nella quale ho spiegato, senza alcuna polemica e con spirito costruttivo e migliorativo, le mie perplessità in merito ai temi trattati in questo articolo.
Al momento della pubblicazione, da quella e-mail sono passati oltre dieci giorni e non mi ha ancora risposto nessuno.
C’è tanto da lavorare per i diritti delle persone con disabilità, anche in Germania, Paolo!


Ma se uso parole improprie mi butti fuori dal sito? Complimenti per il dettaglio, se la mail la vuoi in tedesco, ho la traduttrice in casa.
Grazie Antonio.
Sono certo che, se vorranno approfondire, non sarà questo il problema.
Ma terrò presente la tua offerta.
Un abbraccio
Articolo amaro (per i fatti narrati), ben scritto caro Manfredo. Purtroppo c’è ancora tanto da fare, come ben dici. Complimenti come sempre per l’impegno e l’attenzione che porti sulla delicata tematica.
Grazie Alessandro.
Il supporto degli amici è molto importante.
A volte basterebbe molto poco per migliorare la situazione, piccole cose, a costo zero.
Eppure…
Un abbraccio
Mi hai portato ad immedesimarmi nei bambini, a sentire nel corpo il fremito della voglia di vivere l’entusiasmo del gioco misto al freno di una burocrazia farraginosa.
Eppure basterebbe così poco per riuscire a vedere il mondo con i loro occhi e imparare da loro cosa significhi inclusività.
E’ proprio così.
Grazie Giulia
Diciamo che, al riguardo, anche in Germania hanno ampi margini di miglioramento.
Esatto Carmelo: in questo ambito, sicuramente, tutti possiamo sempre fare qualcosa di più.
Un abbraccio.
Impeccabile come sempre Tato. Mi troverai sempre al tuo fianco nel migliorare le cose che possono essere migliorate.
Dalla Germania mi aspettavo qualcosa di più onestamente. Ma anche questo sarà un cliché, in questo caso positivo. A noi Italiani riservano solo pizza e mandolino. Io la pizza la mangio spesso, ma il mandolino lo avrò visto 2/3 volte in vita mia
grazie del resoconto, sempre umano e gentile
PS: forse dovevi dire “questo è mio” “l’ho visto prima io” ed entrare…